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La provincia di Pordenone cambia

downloadLa provincia di Pordenone cambia e non solo perché non c’è più!

A ben vedere seguiamo uno sviluppo italiano che, nell’assetto territoriale, si è basato per cinquant’anni sul primato della periferia (i distretti, i borghi, le medie città, ecc.) e che oggi vira verso la concentrazione dei poteri di governo in grandi conurbazioni e aree metropolitane, lasciando il territorio diffuso privo di centrali di autogoverno.

La cosa ha del paradossale, perché si è determinata dopo la celebrazione del federalismo e un forte localismo: nel dibattito, nelle idee delle persone, nelle resistenze e nei distingui.

Questo localismo, fatto di “piccole patrie”, create, affrontate e contrapposte ad altre, non ha saputo costruire un disegno coerente, fallendo il tema del federalismo quando, tutti ci siamo addormentati federalisti e ci siamo svegliati diversi, increduli e avversari a questa struttura di governo.

Si sono confuse le nostre mappe e si è quindi avviata una vera rivoluzione che ha smantellato luoghi e “case istituzionali”, cambiando i punti di riferimento. In avanguardia, di questa rivoluzione, vi è la nostra Regione Autonoma FVG.

La chiusura delle provincie, delle comunità montane, dei distretti, delle zone industriali; l’accorpamento di uffici, istituzioni, rappresentanze, ha marciato con sicurezza ideologica. La nostra Regione, sotto la giunta Serrecchiani, ha legiferato un progetto di riorganizzazione che promette efficienza e risparmi (che andremo a pesare e su cui molti nutrono dubbi).

Ma dopo mesi di sopito rancore complice la crisi economica (Pordenone è investita dalle chiusure e dalle dismissioni, le altre provincie per ora no), nasce una discussione che è bene non sottovalutare e che trovo salutare: si avverte il bisogno di un ritorno a una dimensione territoriale della nostra provincia, nella regione e più in generale del Paese. La cosa è evidente nel disagio che sta colpendo la provincia di Pordenone.

Chiusa senza onore la Provincia, le UTI, ancora in discussione e con episodi di “ribellione” in molti comuni, non appaiono in grado di sostituire, anche dal punto di vista simbolico, lo spazio amministrativo e politico della riforma istituzionale “made in FVG”.

Siamo in un paradosso: è in declino il localismo e non è ancora affermata una concentrazione del governo locale.

In attesa di vedere chi vincerà, rischia di confermarsi negativamente l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale e faticano a maturare valori collettivi e una unità d’interesse.

La cosa è pericolosa anche perché nel frattempo crescono le diseguaglianze, sociali e economiche, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita e di cui il sindacato è stato per anni una delle colonne portanti.

I politici “di razza” annusino la difficoltà: colgono lo sfarzo a ritrovare il consenso d’opinione sulle politiche avviate, per innescare nella collettività una tensione al cambiamento, ma anche per ricostruire una comunità che in modo troppo veloce si è liquidata.

Se vogliamo ricostruire dobbiamo ripassare per le strutture che oggi formano la società.

E questo da ai corpi intermedi un ruolo di grande responsabilità, ma anche un campo su cui giocare un protagonismo: il sindacato, i movimenti, il volontariato, le associazioni, i gruppi; la sussidiarietà e il senso di appartenere ad una comunità, ad un territorio, ad un destino comune. Riprendere dalla mappa di cui tutti noi abbiamo bisogno per crescere e orientarci.

Per questo il momento per i pordenonesi è rischioso, ma anche esaltante, sempre che passiamo dalla passività del rancore, alla forze di idee aggreganti e di piani e progetti per il bene comune.

 

 

Arturo Pellizzon

Segretario CISL Pordenone

primo maggio 2014 a Pordenone

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